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Il film di Luigi Monardo Faccini e Marina Piperno insegue e racconta la storia di una famiglia, quella di Marina, condannata all’emigrazione dalle leggi razziali che il regime fascista promulgò nel 1938. La narrazione, incalzante, che si snoda nel tempo e nello spazio come un fiume in piena, trasporta ed esibisce luoghi, eventi, volti, oggetti, cibi e feste di una diaspora ebraica che ha sparso per il mondo un nucleo famigliare romano, mescolandolo ai drammi e alle tragedie del novecento, tuttavia salvato dagli orrori della  shoah.  Per raccontare questa storia Faccini e Piperno hanno scelto il cinema, in assoluto lo strumento più efficace per restituirci la concretezza e lo spessore dei ricordi conservati (orali, documentali, fotografici), assunti come tracce di vita affettiva da cui nasce una memoria che diventa flusso narrativo, emozionante come la pagina scritta non avrebbe potuto permettersi. Tutto comincia con le immagini notturne di Pitigliano e del suggestivo  cimiterino ebraico di questo paese arroccato della Toscana etrusca, per poi scivolare sui visi di quella Comunità, riunita, nel 1936, per una solenne foto di gruppo in occasione di un barmiztva, il cui protagonista, allora tredicenne, anch’egli travolto dalle leggi razziali, é ancora vivente a Winchester, Stati Uniti d’America. Da lì ha inizio il viaggio che porterà Marina da un capo all’altro del mondo: New York e Long island, nel più profondo deserto del Negev, nei kibbutz della Galilea, a Gerusalemme e Tel Aviv; e poi Roma, in quello che fu il ghetto, teatro della razzia nazista del 16 ottobre 1943; e ancora America, a Boston, dove un cugino diasporico di seconda generazione viene nominato rabbino e dove sono nati e stanno nascendo bambini di terza generazione. In ognuno di questi luoghi Marina cerca e incontra altri rami della propria famiglia, ansiosi di ritrovare le radici di una identità alla quale hanno dovuto rinunciare. Forte è la loro nostalgia dell’Italia. E ad ogni incontro, più festoso che malinconico, a fianco alle piccole storie emerge la grande storia, impigliata nei loro ricordi, incisa sui loro volti di gente fortunata, scampata all’orrore, che nel paese di approdo si è realizzata.

Come Pitigliano rinviava alla vergogna delle leggi razziali del 1938, in questi parenti americani Marina ritrova la fierezza di sentirsi Italiani, com’era avvenuto per tantissimi ebrei emancipati dalle guarentigie di Carlo Alberto o liberati dal ghetto romano nel 1870: italiani prima di ogni altro tipo di “appartenenza”, anche religiosa. La loro esclusione, nel 1938, dalla cittadinanza, era stata una ferita tremenda alla loro idea di patria come casa comune, colpendo, come individui e come gruppo sociale, persone che nell’Italia avevano creduto con la convinzione che il sentimento di patria non fosse una realtà biologica o naturale, ma un progetto da realizzare insieme, con volontà e determinazione. La piena integrazione raggiunta durante il Risorgimento e la prima guerra mondiale aveva portato la comunità ebraica a maturare i tratti di una “italianità” in cui il patriottismo si coniugava con  valori forti, laici, e con le certezze culturali e sociali tipiche della borghesia liberale alla quale si era assimilata.

Nella sua sosta romana Marina attraversa il ghetto e ripercorre i vicoli in cui si svolse la tragedia del 16 ottobre 1943, quando furono catturati 1.007 ebrei romani. Dai campi di sterminio nazisti tornarono in 16. Le delazioni, l'infrangersi di antiche solidarietà, la crudele avidità delle bande fasciste, aprirono una ferita che la generosità di una parte della popolazione romana non riuscì a cancellare e che, ancora oggi, rappresenta una delle pagine più buie della nostra storia. Ma nel destino degli ebrei d’Europa e italiani c’erano stati anche le Americhe, paesi dove milioni di italiani arrivarono come “contadini” parlando solo i dialetti delle regioni di provenienza, scoprendo la loro provenienza nazionale sotto la pressione degli stereotipi negativi che li circondavano, sentendosi prima italiani, poi italoamericani e infine americani. Per gli ebrei non fu così: arrivarono come ebrei e diventarono americani restando ebrei, saltando di colpo il passaggio toccato agli italiani, quello della  dimensione italoamericana.

Ed ecco Israele e l’immergersi di Marina nel deserto, il Negev ricco di acque sotterranee, calde, ma anche di affioramenti gelidi nei quali qualcuno azzarda tuffarsi.  Il deserto, del quale Marina, come dice, si sente figlia, nel quale gli ebrei in fuga dall’Egitto vissero per 40 anni. Le tavole della Legge, nelle quali Marina vede l’intenzione di Mosé di fondare uno Stato e non soltanto i dieci fatidici comandamenti. Israele, la sesta potenza nucleare del mondo e quella delle origini nella salita a Masada, ma soprattutto Israele del sogno sionista di Ben Gurion, quello di colonizzare il deserto e piegarlo alla regole della coltivazione e della nutrizione. Dalle immagini affiorano corpi asciutti, sguardi fieri, volti abbronzati e sorridenti: cancellate le angustie e le miserie del ghetto, dalle vittime dello sterminio nacque una nuova generazione che prese in mano, per sempre, il proprio destino. Ma anche i palestinesi, i diritti dei quali il film non si dimentica.

Quando il viaggio di Marina finisce, assaporando dei falafel alla maniera cairota in un caratteristico locale del ghetto romano, emerge ciò che appartiene certamente al passato e all’identità ebraica, ma ci parla anche d’altro: l’intreccio di culture e lingue diverse, la serena consapevolezza del futuro che lo attraversa, auspicio ed invito rivolto al mondo per vivere la globalizzazione anche come una straordinaria opportunità di inclusione.

(di Giovanni De Luna) 

 

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