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Una magnifica affermazione arriva per Istituto Luce Cinecittà ai Nastri d’Argento per il Documentario 2018, il prestigioso riconoscimento assegnato annualmente dal SNGCI- Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici, dedicato a un genere che oggi, per presenza nei palinsesti, nelle sale e sul web, nei festival e palmarès, non è più da definire ‘in via di affermazione’. Il documentario è un asset del mercato audiovisivo, e le narrazioni che sa donare sono spettacolo e cinema, senza bisogno ulteriore di distinzioni.

Il Luce riporta la vittoria di ben due Nastri e menzioni per titoli con il proprio marchio di distribuzione. La prima menzione è per Ermanno Olmi, che nel 2017 ha regalato al pubblico un capolavoro, realizzato insieme a Marco Garzonio, tra storia, archivio, confessione, poesia, girando vedete, sono uno di voi, una biografia dell’uomo Carlo Maria Martini, ma con la propria voce, come fosse un’autobiografia attraverso un altro. Un gesto di cinema assoluto, che i Nastri hanno voluto omaggiare con una Menzione d’onore.

Nella sezione ‘Cinema del reale’ il Nastro d’Argento va a La botta grossa di Sandro Baldoni, film che racconta cosa è accaduto nel Centro Italia dopo il terremoto del 30 ottobre 2016, la più forte scossa del Paese negli ultimi 40 anni. Un sisma che non ha provocato morti, ma 40mila sfollati e un paesaggio, fisico e umano, da reinventare. Vera cronaca, vero cinema di intervento, e vero cinema, per raccontare un presente e disegnare un futuro sostenibile, non solo per i territori di Lazio, Umbria, Marche, ma per tutto il paese.

Miglior ‘Film sul cinema’ è La lucida follia di Marco Ferreri di Anselma Dell’Olio, ritratto densissimo di film e di amorosi racconti di collaboratori e sodali, del cinema e del pensiero di un regista e un ‘anti-maestro’ senza paragoni nel nostro cinema. Un regista che manca fisicamente ai nostri occhi, e che il documentario restituisce al vivo della sua corrosiva dolcezza, di un fare cinema come arte del possibile. Un film sul nostro tempo, uno su una meravigliosa storia di cinema: in due titoli una linea editoriale che Luce segue con quotidiana passione.

La menzione speciale per il miglior documentario opera prima va a Il pugile del duce di Tony Saccucci, piccolo grande caso di stampa nazionale, capace di attirare l’eco del 'Times', della CNN, dei media iberici e russi. La storia finalmente vendicata di Leone Jacovacci, pugile idolo delle folle durante il fascismo, rimosso dal regime perché era un italiano nero. Un racconto in cui la scoperta d’Archivio irrompe nella nostra attualità.

Menzioni sono state assegnate dai giornalisti cinematografici a Moravia Off di Luca Lancise, che riporta in una luce nuova, sperimentale e internazionale, il più popolare scrittore italiano del Novecento; e a Metti una sera a cena con Peppino di Antonio Castaldo, che dà memoria e affetto al genio scenico e non omologabile di Giuseppe Patroni Griffi.

A Luigi Faccini, che da anni con la compagna di lavoro e vita, la produttrice Marina Piperno, compone una coppia unica del fare e inventare cinema in Italia, i Nastri hanno assegnato il ‘Nastro alla carriera per i suoi primi 50 di cinema 1968/2018’ nell’anno di Diaspora, ogni fine è un inizio, appassionante saga internazionale che - in un’esperienza speciale, come sempre condivisa con Marina Piperno - il regista ha girato ricostruendo in un vero e proprio Heimat italiano i percorsi internazionali della dispersione di famiglia iniziata per i Piperno, con le leggi razziali.

Vanno infine ricordati i film finalisti nelle cinquine, per Luce-Cinecittà, di questi Nastri per il Documentario 2018: Barbiana ’65 - La lezione di Don Milani, di Alessandro G.A. D’Alessandro, e The Italian Jobs: Paramount Pictures e l’Italia di Marco Spagnoli,viaggio nel rapporto tra una delle più importanti case cinematografiche americane e il nostro Paese.

La dedica dei Nastri di quest’anno a Folco Quilici non può infine non toccare cuore e lavoro del Luce, cui un fondo importante, che porta il suo nome, il regista ha deciso di donare per la conservazione e la diffusione nel futuro. Immagini preziose, che attendono spettatori futuri. Il documentario, specie quello d’archivio, trova in questo il suo senso.

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