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CANNES. Ancora una volta la conferma che la scelta di avere un bambino o un adolescente protagonisti di un film è una scommessa vinta grazie alle qualità del giovane attore esordiente e alla capacità del regista di dirigerlo sul set. Accade con Più buio di mezzanotte, opera prima riuscita del 30enne catanese Sebastiano Riso e finalista del Premio Solinas Storie per il cinema 2010, in sala dal 15 maggio con Istituto Luce Cinecittà e in competizione alla Semaine de la critique, dove l’anno scorso vinse Salvo, e in gara anche per la Camera d’Or.

Il film drammatico e intenso è ispirato a una storia vera nella Catania degli anni ’80, quella di Davide Cordova, in arte Fuxia, drag queen del famoso locale Muccassassina di Roma. Più buio di mezzanotte, racconta l’emancipazione e la formazione di Davide (Davide Capone), un adolescente ‘diverso’ dagli altri coetanei per il suo aspetto un po’ femminile, che fa i conti con l’omosessualità non accettata in famiglia: un padre violento (Vincenzo Amato) e un’affettuosa madre ipovedente (Micaela Ramazzotti) ma succube del marito. In fuga da quella casa Davide scopre un altro mondo a Villa Bellini, una comunità di emarginati, gay e travestiti che lo accoglie per quello che è. Ma c’è anche chi i ragazzini li ‘protegge’ e li sfrutta come 'l’uomo in bianco' (Pippo Delbono). E’ questo il percorso obbligato che compie il protagonista adolescente per affermare con sofferenza la propria identità.





Si è ispirato liberamente alla storia di Fuxia?
Sono un appassionato del cinema del reale e non ho edulcorato quello che racconto per arrivare all’essenza. All’inizio c’è stato un lavoro di ricerca dei fatti e degli eventi della vita di Davide Cordova, poi una selezione degli elementi da raccontare. Ho infatti rinunciato ad alcuni elementi forti della vita di Fuxia perché talmente estremi da sembrare scritti appositamente. Ho voluto privilegiare gli aspetti più poetici.

Il disagio e la discriminazione di Davide comincia in famiglia.
All’inizio del film vediamo Davide stanco che si aggira come uno zombie per le strade di Catania, colpa delle cure ormonali a cui lo costringe il padre. Un genitore che certamente è violento, ma innanzitutto è incapace di gestire un ragazzo che ha caratteri femminili, prigioniero com’è di quel machismo così radicato nel nostro Sud. La madre soffre di una malattia che la porta progressivamente alla cecità, il suo handicap fisico è metafora dell’incapacità di vedere il dramma che si sta consumando davanti a lei.


Al centro del racconto non solo l’omosessualità ma anche l’adolescenza?
Un’età delicata nella quale siamo in continua trasformazione e si vivono le emozioni in modo particolare e diverso rispetto al mondo adulto. E nell’affrontarla ho pensato a come l’hanno raccontata Truffaut, Rossellini, Tarkovskij e van Sant.

Lei sembra avere rispetto del suo personaggio.
Ci siamo abituati al realismo documentaristico e così si è persa la connotazione poetica. Ecco perché in questo romanzo di formazione non mostro l’abuso e proteggo Davide. Anche il suo primo rapporto omosessuale lo vediamo filtrato attraverso un vetro. Insomma mi colloco a metà strada tra chi mostra troppo e chi non mostra mai.

Il pudore dunque?
Sì, mi ha tenuto a distanza come nella scena della violenza del protettore. Ho girato attorno a Davide, senza stargli addosso, perché sarei stato violento nei suoi confronti, anch’io avrei approfittato di lui al solo scopo di scandalizzare.

Come ha scelto Davide Capone?
Ci sono voluti 9mila provini, perché l’ottanta per cento della riuscita del film dipendeva dal personaggio di Davide e quando ho incontrato il vero Davide l’ho subito riconosciuto come l’adolescente che cercavo. Un po’ come è accaduto a Truffaut imbattendosi con Jean-Pierre Léaud per l’interprete principale de I 400 colpi.

Oltre a Davide un altro protagonista del film è Catania.
Una città cinematografica per il colore della pietra lavica. C’è la Catania borghese da cui scappa Davide e quella più povera dove si rifugia. E dentro queste viscere un altro mondo a parte, quello di via delle Finanze, un quartiere a luci rosse già famoso negli anni ’80 per la prostituzione.

E il finale?
L’ho voluto così per smuovere le coscienze, creare una scossa e nel contempo una reazione, con la speranza che i suicidi di ragazzi omosessuali diminuiscano e che i ‘diversi’ facciano meno paura.

Sembra pessimista su come l’omosessualità viene vissuta in Italia?
Nel nostro paese  è tollerata ma non accettata. La si considera come un’esuberanza sessuale o un vezzo che si possono permettere i grandi artisti. Non è un caso che non riesca ad essere operante una legge contro l’omofobia. Come non è un caso che anche in una capitale come Roma non cessino episodi che vedono gli omosessuali vittime di insulti e violenze.


(Stefano Stefanutto Rosa)

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