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CANNES – Nel giorno de Il traditore, unico italiano in concorso a Cannes 72, c’è un altro film che batte bandiera tricolore, omaggio a Bernardo Bertolucci, un grande in qualche modo da sempre apparentato al quasi coetaneo Marco Bellocchio. Bellocchio è nato nel 1939, Bertolucci era del ’41, parmense, mentre Bellocchio è piacentino, di Bobbio. Tante affinità elettive, percorsi politici in parte simili, entrambi furono considerati anticipatori del Sessantotto, ma poi le strade si divaricarono con idee di cinema diverse, a volte radicalmente. Comunque, per una scelta certamente non casuale Bernardo Bertolucci: No End Travelling è al festival in prima mondiale oggi alle 19 in Sala Buñuel mentre nel GTL viene sottoposto alla prova del pubblico Il traditore. Il documentario di Mario Sesti è frutto dei tanti incontri tra il critico e il regista, l'ultimo dei quali avvenne in occasione di un'intervista realizzata per la serie Cinecittà I mestieri del cinema prodotta da Erma Pictures in associazione con Istituto Luce Cinecittà e in collaborazione con Sky Arte. Attorno a questa e con corredo di altre testimonianze e delle immagini di repertorio dell'Archivio Luce, nasce un film esemplare in cui Sesti opta per una chiave personale ma anche rigorosa. Dopo Cannes l'opera avrà la sua anteprima italiana al Biografilm Festival di Bologna e sarà proposta dopo l'estate su Sky Arte.

Sesti, come nasce questo documentario arrivato alla prestigiosa sezione Cannes Classics?

Avevo raccolto una serie di interviste con importanti cineasti per la serie I mestieri del cinema parlando con Bertolucci, Tornatore, Bellocchio, Verdone, dovevo utilizzare spezzoni di queste dichiarazioni nei vari film del progetto… Ma dopo la morte di Bernardo, il 26 novembre 2018, mi è venuta l’idea di dedicare un intero film a lui e ho pensato che fosse interessante mostrare anche il rapporto personale che avevo intrattenuto con lui negli anni attraverso una serie di incontri e interviste. Però non ho voluto usare la mia voce, mi sembrava troppo personale.

Qual è, dei film di Bertolucci, quello che personalmente l’ha toccata e colpita di più?

Direi che Il conformista (1970) è il film che mi ha segnato di più e non solo me. Ha fatto capire a un’intera generazione di cineasti che si potevano fare film personali e allo stesso tempo spettacolari. Dal Padrino a Reds tutti gli sono debitori. Poi nel tempo ho rivalutato anche gli ultimi suoi film. Molti registi raggiungono l’apice della carriera, lo zenit, e poi sembrano declinare. Autori come Renoir, Fellini o i Taviani, ci paiono negli ultimi lavori meno perfetti e compiuti, ma magari rivisti dopo dieci, venti o trenta anni, sembreranno più compatti nel pathos della distanza.

Cosa la colpiva di più negli incontri con Bertolucci?

Con lui si aveva sempre la sensazione di essere parte di una tribù che condivide la religione del cinema. Lui trasmetteva questo. Il suo era un amore incondizionato.

Nel corso del tempo aveva modificato i suoi gusti, dalla cinefilia e dall’amore per la Nouvelle Vague degli inizi? Cosa pensava dei giovani autori italiani?

Aveva una disponibilità plastica verso tutto il cinema. Ad esempio, ha amato alla follia David Lynch. Era molto curioso. Mentre Ferreri e Fellini si vantavano di non andare mai al cinema, lui era all’opposto. Conosceva bene i giovani cineasti, particolarmente Paolo Virzì e si era addolcito nei confronti della commedia rispetto agli inizi.

Cosa ricorda del vostro primo incontro?

La prima volta che lo intervistai fu per Il tè nel deserto, nel 1990, in quella occasione gli proposi di fare una sorta di dizionario alfabetico, da “attore” a “zoom”. Alla “d” parlammo di deserti facendo una lunga lista di deserti visti al cinema. Più tardi lui chiamò Enzo Siciliano, che scriveva per L’Espresso dove anche io collaboravo, e gli chiese chi fosse questo giovane cinefilo.

Perché aveva sostanzialmente smesso di lavorare in Italia?

Non riteneva possibile fare film in Italia e diceva di invidiare Nanni Moretti che vedeva della poesia nella borghesia romana. Pensava che la profezia di Pier Paolo Pasolini sull’Italia si fosse avverata.

Dal documentario traspare anche la grande dolcezza di Bernardo.

Forse anche grazie al buddismo, la sua tenerezza era aumentata nell’ultima parte della sua vita. Del resto, i momenti più belli dei suoi film sono quelli del trapasso, dell’agonia. Aveva sentito la fragilità del proprio corpo e questo lo aveva cambiato. Era diventato particolarmente generoso e lo fu più che mai in quell’ultima intervista, che era seguita a un miglioramento dopo un lungo periodo di malattia.

Una delle costanti è il rapporto di amore e odio con Jean Luc Godard.

L’ultima volta che vide Godard fu per il restauro di Ultimo tango a Parigi. Godard era andato a vederlo con la sua compagna, ma dopo poco uscirono dal cinema e Bernardo sentì lei dire: ‘te l’avevo detto che era così’. La prima volta che l’aveva incontrato, da ragazzo, era così emozionato che gli aveva vomitato addosso le ostriche. Litigarono quando lui scelse Dominique Sanda anziché Anna Karina per Il conformista. In quel film, in fondo, mette in scena se stesso che va a uccidere Godard per prenderne il posto.

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