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"Istituto Luce Cinecittà è una società ricca di storia e di personalità. Nell’attività di sviluppo a cui stiamo lavorando tutti insieme, sicuramente seguiremo in modo speciale la parte digital, a cui sono legata non solo per vocazione personale ma perché penso che sia il futuro", così Maria Pia Ammirati, nuova presidente di Luce Cinecittà, a poco più di una settimana dal suo ingresso ufficiale in Via Tuscolana. Incontriamo la manager - scrittrice, una lunga esperienza di dirigente televisiva, Direttore di Rai Teche dal 2014 - per una prima chiacchierata sulla sua visione. E parliamo dei vari asset della società, dall’archivio storico alla produzione di documentari, dagli studios alla promozione internazionale: "E poi c’è il MIAC, uno dei nostri fiori all’occhiello, perché il Museo Italiano del Cinema e dell’Audiovisivo vuol dire aprire Cinecittà al pubblico internazionale, anche di non addetti ai lavori. Abbiamo intenzione di ampliarlo, con molte mostre temporanee che porteranno il cinema italiano nel mondo".

La parte espositiva ha già ricominciato ad accogliere i visitatori in sicurezza con Cinecittà Si Mostra e appunto il MIAC. E poi ci sono le produzioni pronte a ripartire dopo lo stop del coronavirus: "Ad agosto ospiteremo nei nostri studios le riprese del nuovo film di Pupi Avati Lei mi parla ancora e di Leonora addio di Paolo Taviani. Abbiamo inoltre tre produzioni televisive che prenderanno vita da luglio, una di queste è lo storico Grande Fratello che ospitiamo già da 20 anni. Sempre da luglio, fino ad ottobre, riprenderanno le riprese della serie TV Domina, prodotta da Sky con la produzione esecutiva di Cattleya".

Cosa vuol dire dirigere una realtà complessa e stratificata come Luce Cinecittà?

Arrivare a Cinecittà significa arrivare in una delle istituzioni più importanti del Paese, al centro del sistema culturale. Non è solo cinema, ma un luogo che ha una vicenda lunga quasi cento anni dove è passato di tutto: la storia di Roma e del nostro Paese, la guerra e il fascismo, l’occupazione tedesca, la Hollywood sul Tevere.

È la prima volta che c’è una donna alla guida di questa società fondata come Istituto Luce nel 1924. Anche questo è un fatto storico.

Non mi considero incasellabile in una categoria di femminista o post-femminista, però osservo che il mondo del lavoro in Italia è molto arretrato dal punto di vista del genere. Le donne sono tante e spesso molto brave, tengono in piedi il sistema economico, ma stranamente occupano poco il vertice delle aziende. Non ne faccio una polemica, ma semplicemente un’analisi di dati: come mai è la prima volta che una donna arriva al vertice? Bisogna cambiare il sistema, le teste, l’abitudine culturale. Ma non è una cosa che possiamo fare solo noi donne, il lavoro va fatto insieme, occorre un rapporto di solidarietà e di sistema tra uomini e donne. Ero contraria alle quote, ma oggi posso dire che servono a portare le donne nei consigli d’amministrazione, lo dimostra il Luce dove ora abbiamo un consiglio a maggioranza femminile.

È indubbio che stiamo assistendo a un’inversione di tendenza con manager donne che vengono fortemente alla ribalta. Penso ad esempio a Tinny Andreatta, una donna che ha fatto notizia col suo passaggio da Rai Fiction a Netflix.

Tinny Andreatta è preparatissima, bravissima, ha fatto 25 anni di attività manageriale in un’azienda molto complessa come la Rai, che ha poche donne al vertice. Però negli ultimi dieci anni Viale Mazzini ha compiuto un salto enorme su questo aspetto. Nel ’92, quando sono arrivata io, i dirigenti donne non toccavano il 10%, oggi sfiorano il 38%. Ripeto: le quote non mi piacciono in linea di principio, ma sono efficaci. Forse i nostri figli non troveranno più steccati e non ce ne sarà più bisogno: vedo che i ragazzi non fanno più differenze di genere tra loro.

Lei è presidente di Luce Cinecittà e ha deciso di conservare la guida di Rai Teche. Possiamo ipotizzare una più stretta collaborazione tra due realtà di archivio per molti versi affini?

Ho fatto sempre due o tre lavori nella mia vita. Come faccio? Impegno molto del mio tempo, anche quello libero, e mi fa piacere, cercherò di fare entrambe le cose facendole bene. Ma Rai Teche e Luce già collaborano. Anzi, il sistema archivistico italiano è una rete di collaborazioni, come lo è quello mondiale. C’è un grande lavoro di condivisione, di comparazione delle metodologie, che sono di natura digitale, ma anche culturale. Sia le Teche che l’Archivio Luce partecipano a consessi internazionali come Fiat/Ifta, la Federazione internazionale degli archivi televisivi. Fino a dieci anni fa si tendeva a vedere gli archivi come qualcosa di polveroso, i cimiteri del nulla, oggi invece sono patrimoni straordinari di contenuti. Luce Cinecittà ha uno dei più importanti patrimoni del nostro paese a livello storico e culturale e dialoga con tutti gli altri: Teche, la Cineteca di Bologna, AAMOD, la Cineteca Nazionale. È difficile oggi pensare che queste realtà non abbiano un futuro comune.

Proseguirà sulla linea del documentario di creazione, una delle linee editoriali che questa società ha condotto negli ultimi anni con grandi successi, uno per tutti quello di Fuocoammare, arrivato agli Oscar. Per non dire dei tanti titoli vincitori di premi prestigiosi, dal David ai Nastri.

Il mio predecessore Roberto Cicutto ha sviluppato benissimo questa società. Il documentario è una realtà importante non solo per Cinecittà, ma per il Paese. Come ho detto, sono appassionata di OTT e digitale, lo sviluppo delle piattaforme digitali di streaming è per me un punto nodale per capire cosa possediamo. Il documentario è stato la Cenerentola del sistema audiovisivo, ma oggi è richiesto da tutti: ce lo dicono le OTT, RaiPlay, e Cinecittà, che è il primo vero hub del documentario in Italia.

Di cosa c’è bisogno per sviluppare ulteriormente questa linea editoriale?

Posto che la passione per il documentario è trasversale, che tocca ogni età e tipologia di spettatore, come fonte di conoscenza, bisogna anche investire molto. E poi occorre una linea editoriale molto chiara. Cinecittà non deve essere un collettore, ma produrre documentari con diversi indirizzi.

Stiamo vivendo un momento di ripartenza dopo il lockdown, in una situazione economica molto complessa che per l’industria dell’audiovisivo è stata ancora più complessa, perché il settore dello spettacolo è uno di quelli che più ha sofferto del fermo. Qual è il contributo che Luce Cinecittà può dare al sistema?

Siamo stati catapultati in un’emergenza paragonabile alla Seconda guerra mondiale, una catastrofe concentrata in poco tempo ma che ha fatto danni enormi, perché il nostro sistema economico è veloce, molto produttivo, e quando si arresta per un mese subisce danni inimmaginabili. E per l’audiovisivo è stato terribile, perché è un sistema complesso dove alle idee e alle storie si affiancano la produzione e il set. È un mondo che fabbrica l’altrove, importante quanto il pane perché dà la speranza. In questi mesi di lockdown, cosa ha tenuto in piedi una psiche segnata dalla paura? La possibilità di mangiare da una parte e di vedere la televisione e i film dall’altra. In questo momento abbiamo compreso l’importanza non solo della televisione, ma del digitale che ci ha permesso di stare in connessione, di restare agganciati a realtà diverse e poterci proiettare nel futuro.

Cinecittà è pronta a ripartire?

Come ho detto, abbiamo già diverse produzioni al lavoro. Ci sono i protocolli, ci sono indicazioni stringenti e Cinecittà è un’industria che ha tutti gli elementi di sicurezza e professionalità. Accoglie le produzioni negli studi più importanti d’Europa, che mettono a disposizione parcheggi, teatri di varie dimensioni, la postproduzione, la color correction, un immenso archivio con materiale storico da utilizzare o consultare. Cinecittà è ineludibile come sistema culturale e come sistema audiovisivo italiano ed europeo. Bisogna guardare all’Europa.

Ci sono delle lezioni che abbiamo imparato in questa emergenza?

Non credo che come persone siamo diversi rispetto a quando siamo entrati nel lockdown, però dobbiamo imparare a lavorare diversamente, possiamo essere più attenti e più previdenti.

Forse abbiamo finalmente compreso il valore vitale dell’immaginario. Dovrebbe essere chiaro a tutti, comprese le istituzioni.

È chiaro a tutti, e soprattutto a chi deve assegnare le risorse, perché abbiamo capito che oltre al pane abbiamo bisogno anche di costruire favole. Calvino diceva che la scrittura nasce attorno al fuoco dove gli uomini primitivi si raccontavano delle storie, e da allora nulla è cambiato, anche se si è trasformato il modo perché oggi noi siamo frutto della tecnologia, delle trasformazioni industriali, e in un’epoca drammatica come quella del COVID-19 siamo riusciti a sopravvivere grazie a queste narrazioni. Dal racconto orale condiviso attorno al fuoco dagli uomini preistorici, siamo passati al grande schermo, alla televisione, ai device.

Infatti oggi non si fa che parlare di piattaforme e VOD.

Il post-modernismo ci ha spiegato che siamo nell’età dell’immagine e la società dell’immagine non può che avere più riferimenti, parliamo di device, di multipiattaforma, di prodotti tecnologici che hanno per sempre cancellato un’idea lineare di fruizione. Una frammentazione che accompagna anche una varietà di fruitori diversi, e che tra dieci anni cambierà tutto il mercato. La tecnologia viaggia sempre insieme alle idee

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