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Istituto Luce Cinecittà presenta la versione home video di Nel nome di Antea L’Arte italiana al tempo della guerra di Massimo Martella, ora disponibile in cofanetto dvd+libro. Quando un paese entra in guerra, a cosa va incontro il suo patrimonio artistico? Vale la pena rischiare la propria vita per salvare un’opera d’arte dalla distruzione?  Prodotto e distribuito da Istituto Luce Cinecittà il documentario è un viaggio commosso, immaginifico, partecipe a cavallo tra la più alta bellezza e la più tetra distruzione: la storia avventurosa di cosa accadde a migliaia di capolavori dell’arte rinascimentale, barocca, moderna e contemporanea conservata in quel campo delle meraviglie che è l’Italia, all’esplodere della Seconda Guerra Mondiale, sotto l’invasione nazista, e i bombardamenti che devastarono le nostre città. Ed è soprattutto la storia di quelle donne e uomini che si adoperarono e rischiarono per salvare quelle opere.

Donne e uomini il cui amore è simboleggiato nel film da due ritratti e dalle loro voci (date da Letizia Ciampa e da Massimo Wertmüller): il Ritratto di giovane donna (Antea) di Parmigianino, ora esposto nel Museo di Capodimonte a Napoli, e il Ritratto di Alessandro Manzoni di Francesco Hayez, nella Pinacoteca di Brera. Sono questi due personaggi a condurci, tra interviste, documenti, preziosi filmati e fotografie d’archivio, e naturalmente capolavori immortali di 500 anni di civiltà artistica, attraverso una storia ricca di avventure, sotterfugi, pericoli, morte, autentica passione. In un inno alla bellezza senza tempo dell’arte, e un omaggio a coloro che si sono adoperati e si adoperano per sottrarla alle ingiurie del tempo e degli uomini.

Nel film si racconta di Pasquale Rotondi, che in due rifugi nelle Marche mise in salvo migliaia di opere del Nord Italia; di funzionari ministeriali come Lavagnino, Argan, Lazzari, che quando nessun posto in Italia era più sicuro, pur privati di ogni incarico dal nuovo governo della Repubblica di Salò riuscirono a ricoverarne una parte all’interno del Vaticano; dell’odissea delle opere d’arte napoletane, portate via da Montecassino dove erano nascoste poco prima che l’abbazia venisse rasa al suolo; dei capolavori dei musei fiorentini, trafugati dai nazisti e recuperati prima che passassero il confine; di due giovani studiose, Palma Bucarelli e Fernanda Wittgens, che unendo competenza e sprezzo del pericolo salvarono i capolavori loro affidati; infine, dei tentativi di restaurare ciò che sembrava irrimediabilmente perduto. Anche se non tutto si è salvato, è grazie a loro che possiamo ancora ammirare e mostrare al mondo i Caravaggio, i Giorgione, i Raffaello. Il generale Clark disse che fare la guerra in Italia era come combattere in "un maledetto museo". Quel museo è sopravvissuto, e se da un lato continua a raccontare la storia della nostra identità, dall’altro trasmette immutato a chiunque venga a visitarlo nei musei e nelle piazze italiane il valore universale della bellezza.

"Quando crolla una civiltà e l'uomo diventa belva, chi ha il compito di difendere gli ideali della civiltà? I cosiddetti 'intellettuali', cioè coloro che hanno sempre dichiarato di servire le idee e non i bassi interessi. Sarebbe troppo comodo essere intellettuale nei tempi pacifici, e diventare codardi, o anche semplicemente neutri, quando c'è pericolo", scrisse Fernanda Wittgens dal carcere nel 1944).

Massimo Martella ha scritto e diretto due documentari per Istituto Luce Cinecittà: Mio duce ti scrivo, co-prodotto anche da Raitre, e Nel nome di Antea – L’arte italiana al tempo della guerra.

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