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Sono luoghi d’attesa i palazzi di giustizia. Bolle di vita sospese nel tempo, attori in attesa di un verdetto, di quel “in nome del popolo italiano” che arriverà a sconvolgere la quotidianità, come uno squarcio, come un lampo dopo il quale la vita non sarà più la stessa. In anteprima ad Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, dopo l'ottima accoglienza al Festival di Berlino, Palazzo di Giustizia, opera prima di Chiara Bellosi,  che esce in sala dal 22 ottobre distribuito da Istituto Luce Cinecittà. "Dopo la calorosa accoglienza al Festival di Berlino - ricorda la regista Chiara Bellosi - e dopo questi lunghi mesi stranianti e faticosi che hanno coinvolto tutti noi sono, e siamo, davvero molto molto felici che il nostro film torni a casa con Alice nella città e che dal 22 ottobre sia nelle sale cinematografiche in Italia".      

Il film racconta una giornata di ordinaria giustizia in un tribunale italiano. Al centro un’udienza penale che vede sul banco degli imputati sia un giovane rapinatore (Giovanni Anzaldo) che il benzinaio (Nicola Rignanese) che ha reagito alla rapina, rincorrendo, sparando e uccidendo l’altro complice, con una pistola che deteneva legalmente. Ma, più che la vicenda giudiziaria in sé (che pure sfiora il tema politicamente ‘caldo’ della legittima difesa), il film esplora il contesto che si muove attorno e fuori quell’aula di tribunale. Perché è nei corridoi appena fuori che si agita la vita, con tutto il suo disordine, il vociare, il viavai e i passi nervosi, il rumore, le famiglie che attendono, la paura, la tensione smorzata da azioni di ordinaria quotidianità e pratiche di cura che a prima vista appaiono quasi goffe e fuori luogo: "Hai mangiato?", "Hai fame?" “Non ti sporcare”.

“Volevo raccontare un’attesa su cui non si ha alcun potere, l’aspettativa, la speranza nel giudizio migliore possibile, qualcosa su cui non si ha alcun potere decisionale perché il come finirà la giornata e come si andrà avanti, lo deciderà qualcun altro”, sottolinea la regista che rivela di aver inizialmente pensato di realizzare un documentario, ma che è stata poi convinta dal produttore Carlo Cresto-Dina, a cui aveva presentato il progetto, a trasformarlo in un lungometraggio di finzione. Rispetto, poi, alla scelta del reato rappresentato a margine: “Serviva un reato non ambiguo, drammatico. Perché tanto più è chiaro il dramma all’interno dell’aula, tanto più è possibile dar respiro alle storie raccontate fuori. La legittima difesa è un tema spinoso, ma mi interessava tutto questo attuale giustificare molte azioni sul concetto di sicurezza e di paura. Anche l’avvocato stesso suggerisce al benzinaio di dire che ha reagito perché ha avuto paura. Ma la legittimità della paura, che in sé è un sentimento positivo, la pongo nel film come domanda: fino a che punto l’avere paura può far comprendere le conseguenze di un’azione? Ma non ho una risposta da dare allo spettatore, lascio aperta la questione”. 

Nel tribunale di Palazzo di Giustizia si incontrano due famiglie, che si scrutano come fossero fazioni contrapposte: da una parte la diciasettenne figlia del benzinaio, Domenica, dall’altra la compagna del rapinatore (interpretata dalla brava Daphne Scoccia già vista in Fiore di Claudio Giovannesi) e la loro figlioletta Luce, che nasconde un segreto, un passerotto caduto dal nido che ha salvato e che porterà fortuna a suo padre. Luce e Domenica, due figlie che sanno istintivamente di dover essere nemiche, ma che in comune hanno la paura di una verità che non è netta e il sentimento di tradimento da parte dei loro padri. Due figlie che attendono e che, alla fine della giornata si riconoscono in un sentimento comune (sugellato dal “no” netto che la bambina intima a Domenica che sta per mettersi a piangere) e si ritrovano complici in un piccolo gesto di ribellione, la gomma da masticare attaccata sotto la sedia. “Tenevo molto al fatto che questi personaggi raccontassero delle vite, che non fossero funzioni ma venissero fuori con persone”, rimarca Chiara Bellosi. 

Il film è frutto di un lungo lavoro di ricerca durato quasi un anno, in cui la regista ha assistito a numerosi e differenti processi, entrando in contatto con tante storie prima di capire il taglio che voleva dare alla sua: “Cercavo un cuore in mezzo alla procedura, ma non avevo idea dall’inizio che sarebbe stata una bambina”, commenta la regista che sottolinea come all’interno del tribunale l’elemento di contrasto maggiore è quello tra la tantissima carica umana presente e, di contro, la freddezza necessaria al giudizio, quell’appoggiarsi, per forza, asetticamente al codice e al rigore della procedura. “Nell’anno di ricerca e di preparazione nei tribunali ho trovato di tutto – racconta la regista – a partire dalla sezione civile, con le storie di separazioni e affidamenti, dove non si può entrare ma si può stare in attesa, e in quell’attesa ho visto tanti gesti d’amore. Passando poi al tribunale del lavoro, dove ho trovato tanti casi di mobbing soprattutto sulle donne. La cosa che mi ha colpito di più, però, sono stati i vari avvocati e magistrati che mi hanno detto che nei tribunali non si fa la giustizia, si applica legge, che è un’altra cosa. Ma non lo dicevano come provocazione, era il risultato della loro esperienza. Ho capito che era vero quando ho assistito all’arringa finale di un processo in cui un uomo aveva ucciso la moglie davanti ai bambini. C’era l’avvocato che diceva che la colpa era di lei che non gli aveva trasmesso l’essere padre. Ma il tutto era detto in una maniera esemplare, così convincente che era una cosa da brividi. Lì ho capito che la questione giustizia e legge era vera”. 

Accusati e accusatori, vittime, testimoni, pubblico ministero, avvocati, assistiti. Tutti fanno parte di una performance, di un rituale preciso coi suoi codici e il suo linguaggio che si consuma tra i banchi dell’aula. Un gioco di ruoli e di potere in cui tutti, e in primo luogo gli imputati, devono essere convincenti, recitare la propria parte, mantenere l’atteggiamento consono, non far nascere fraintendimenti, per accaparrarsi il giudizio più favorevole possibile. “C’è uno scollamento rispetto all’umanità delle persone. A partire dal linguaggio, che non si fa capire. Nei tribunali non si vedono le persone, con le loro storie, si vedono fascicoli e prove. Non c’è accoglienza, se ti perdi non c’è qualcuno che ti spiega dove ti trovi o dove devi andare, ti senti sempre in balìa di qualcos’altro. Di contro, ho visto molti avvocati spiegare, dare ai loro assistiti direttive e indicazioni pratiche e precise su cosa dire e su come stare, anche a livello di postura e posizione, nell’attesa”. 

Su di tutto e tutti la struttura dell’edificio: freddo, rigoroso, squadrato, imponente. Corridoi su corridoi, aule che si susseguono e rincorrono, lunghe scale senza fine: un avvicendarsi di linee che si incrociano in maniera ripetitiva e disorientante. Un luogo inospitale e claustrofobico, nonostante l’ampiezza degli spazi che si sviluppano soprattutto in verticale, con la funzione di far apparire (e sentire) gli esseri umani piccoli piccoli al cospetto dell’imponenza architettonica della legge. La location è stata completamente ricostruita, sull’impronta del Tribunale di Milano, in un vecchio ospizio per i poveri di Torino. “C’era bisogno di un posto non accogliente. Ci sarebbero stati altri tribunali vuoti in cui era possibile girare, ma avevano tutti un’architettura barocca o troppo tondeggiante. Il tribunale di Milano ha, invece, un’architettura razionalista, è spigoloso con soffitti altissimi, rappresenta lo Stato che decide e rende evidente il contrasto tra lo spazio molto grande e i personaggi piccoli. In questo spazio i protagonisti del film sono elementi stonati, non sono all’interno del meccanismo della legge, sono fattori esterni che non servono, sono le persone di troppo, che posso infastidire, come Luce che corre tra i corridoi.”

Il film è prodotto da tempesta / Carlo Cresto-Dina e Rai Cinema in co-produzione con Cinédokké e distribuito da Istituto Luce Cinecittà. Nel cast anche Bianca Leonardi, Sarah Short, Nicola Rignanese, Giovanni Anzaldo, Andrea Lattanzi. Le musiche originali sono di Giuseppe Tranquillino Minerva che ha composto la bella Stray Star, sulle cui note liberatorie balla e salta Domenica, quando si estranea, per un momento, dal palazzo di giustizia e sente  di nuovo di avere semplicemente diciassette anni e un ragazzo che le piace. 

 

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