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Arriva nei cinema, con una serie di proiezioni-evento dal 4 giugno (ELENCO SALE) con Luce Cinecittà, L’occhio di vetro, il nuovo film documentario di Duccio Chiarini presentato in Concorso Italiano al 61mo Festival Dei Popoli dove ha vinto il Premio al Miglior Documentario Italiano, assegnato dalla giuria composta da Marta Donzelli, Maria Letizia Gatti e Alessandro Raja che aveva così commentato il riconoscimento: "Un film coraggioso – si legge nella motivazione – che scava una storia familiare scomoda e sommersa, intrecciando con umanità memoria personale e memoria collettiva. Un diario intimo e commovente alla ricerca di una comprensione forse impossibile di una delle pagine più buie della storia d'Italia".

Il film è una produzione Asmara Films in associazione con Istituto Luce Cinecittà e racconta la vicenda di Ferruccio Razzini, un ragazzo di quindici anni, figlio di un eroe della Prima Guerra Mondiale, che si ritrova a combattere tra le fila degli ultimi difensori della Repubblica di Salò. Ne scrive giorno per giorno in un diario in cui racconta anche i destini delle due sorelle maggiori, Liliana e Maria Grazia, sposate l’una a un fascista l’altra a un partigiano comunista. Il ragazzo è un vecchio zio del regista che, guidato da quel diario, inizia una ricerca nel passato della sua famiglia.

“Non ricordo esattamente il giorno in cui, bambino, venni a sapere che i miei nonni materni erano stati fascisti; né tanto meno ricordo come venni a saperlo, ma ricordo perfettamente il giorno in cui, ormai adolescente, mi resi conto di quello che ciò significava”, racconta il regista ammette come da quel giorno la parola fascismo uscì dai libri di scuola e si frappose come nebbia tra lui e le persone più amate, rendendo improvvisamente torbido tutto ciò che per anni era stato cristallino. “Del ventennio, in casa di mia madre, non si parlava mai – continua - eppure, più quella parola veniva rimossa dalle conversazioni di casa, più essa diventava un’ambigua e inquietante presenza familiare. Il fascismo che mi spaventava nei libri di scuola era lo stesso che mi incuriosiva nei silenzi dei miei nonni. Negli anni quell'ambiguità divenne più profonda e lacerante. Per quanto il giovane uomo che ero diventato vivesse con senso di colpa e vergogna la prossimità ad una storia che non sentiva come sua, il bambino che ancora portavo dentro si sentiva affascinato dal muro di silenzio in cui era stato nascosto il passato della sua famiglia. Per anni ho tentato di abbattere quel muro, ma né le mie provocazioni di ventenne né i ragionamenti di trentenne sono mai riusciti a colmare quella distanza; è stato purtroppo solo dopo la morte dei miei nonni che sono riuscito a fare luce su quegli anni, ricomponendo in questo documentario i tasselli di un’intricata storia di famiglia”.

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