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“L’altro Sergio” è il titolo del libro che Quentin Tarantino avrebbe voluto scrivere su Sergio Corbucci, “il secondo miglior regista di western italiani”. Certo, perché prima c’è Leone. “Ma – spiega il grande autore hollywoodiano nel documantario/intervista Django & Django, di Steve Della Casa e Luca Rea, coprodotto da Cinecittà, che passa in Selezione Ufficiale – non è male essere il secondo miglior regista di western in Italia. Se assumiamo, sebbene io non lo pensi, che Ford sia il miglior regista di western in America, chi è il secondo? Peckinpah? Walsh? Daves? In Italia questo problema non c’è. Il primo è Leone. Il secondo è il fottuto Corbucci!”.

Come dargli torto? Materiali d’epoca inediti, testimonianze, ricostruzioni per raccontare un cinema e un’epoca irripetibili. Django, Il grande silenzio, Gli specialisti, Il mercenario, Vamos a matar companeros, Cosa c’entriamo noi con la rivoluzione: i western di Corbucci come cinema della crudeltà, ma anche come grande invenzione e come metafora di tutte le idee che circolavano nell’Italia degli anni Sessanta. Con le testimonianze di Franco Nero (l’attore preferito di Corbucci) e Ruggero Deodato (al tempo aiuto regista di Django), con i super8 inediti realizzati sui set dei film del regista romano, con le immagini degli anni in cui il cinema italiano sapeva parlare a tutto il mondo. E con le animazioni che ricostruiscono un clima, uno spirito, un modo di vivere e di concepire il cinema.

“Quando Nicoletta Ercole ci ha chiamato per discutere la possibilità di fare un documentario su Corbucci – raccontano gli autori – l'emozione è stata grande. Abbiamo subito capito che era l'occasione per segnare un passaggio decisivo nelle nostre carriere, che quasi mai si erano incrociate ma che avevano un minimo comune denominatore: una grande passione per il cinema, una passione particolare per il cinema popolare italiano, una passione bruciante per Sergio Corbucci e una passione sublime per Quentin Tarantino. Abbiamo pensato che Tarantino poteva essere il perno di questo racconto: lui che aveva girato un remake di uno dei più famosi film di Corbucci, lui che faceva citare Sergio dai suoi personaggi di C'era una volta a Hollywood. Non volevamo che Quentin fosse una "talking head", un intervistato e basta. Volevamo che fosse l'anima del film, e la nostra scommessa consisteva nel rendere "moderno" Corbucci così come Tarantino fa con i film popolari italiani. Se ripropone Django, non lo fa con la stessa estetica degli anni Sessanta, ma con uno sguardo contemporaneo. Chi ha visto Django Unchained si è divertito e spesso non sapeva neanche che c'era stato in passato un altro Django. Ecco, il nostro Corbucci Unchained voleva cercare la stessa strada: capire oggi perché Corbucci è stato un autore straordinario. Senza nostalgie e senza citazionismi, raccontando invece un uomo e scoprendo la sua modernità. Parlare di Corbucci, ci insegna Tarantino, significa parlare di razzismo, di violenza, di rivoluzione, di fascismo. Ma in modo creativo, non con la retorica delle posizioni precostituite. Tarantino ci ha aiutato tantissimo in questo lavoro. Gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa faceva Rick Dalton, il personaggio interpretato da Di Caprio, quando incontrava a Roma il nostro Corbucci. Ne è venuta fuori una storia straordinaria. Abbiamo chiesto a un bravissimo disegnatore, Giordano Saviotti, di illustrarla, d’altro canto anche in Kill Bill ci sono importanti sequenze di animazione. A parte che non avevamo Di Caprio disponibile, abbiamo voluto rendere in questo modo l’atmosfera favolistica di quella parte raccontata da Tarantino nel film”.

“Questo doc – specifica Luca Rea – nasce da quel libro mai realizzato, ci ha dato tutti i suoi appunti ed è diventato lo spunto per il nostro lavoro. Questa è la prima benedizione”. “La seconda – specifica Della Casa – è che Tarantino ha nei confronti di questo cinema un atteggiamento sano e non nostalgico. Tarantino piace ai ragazzi, sa fare moderno quel suo stile. La stessa operazione fatta da Godard per All’ultimo respiro. In quel film Belmondo è Humprey Bogart, si passa il pollice sul labbro come lui. Chi amò quel film che faceva nascere la ‘nouvelle vague’ non sapeva niente della Monogram Pictures, ma comunque lo apprezzò”. “Di questo film ho pensato il titolo, il soggetto e la necessaria liaison con Tarantino, dichiarato estimatore di Corbucci – dice la produttrice Nicoletta Ercole - Ho subito pensato che gli autori dovessero essere Steve e Luca , che ha curato anche la regia. Ho organizzato due troupe a Los Angeles, affidate a Roberto Malerba, per arrivare a 2 ore e 45 minuti di intervista live con Quentin, con cui in precedenza noi tre avevamo dialogato per più di due settimane, soprattutto grazie alla sua ventennale amicizia con Luca Rea. L’intervista è frutto della grande passione e generosità di Tarantino, che ha “studiato” i temi che gli sottoponevamo e li ha riproposti in un colloquio, che noi seguivamo in collegamento remoto”.

Se John Ford aveva John Wayne, Corbucci aveva Franco Nero, che è presente in conferenza: “Non ero molto cosciente al tempo, ero giovanissimo. Sergio è sempre stata una persona speciale per me, a 24 anni mi ha dato la possibilità di essere conosciuto in tutto il mondo grazie a Django. Ma Sergio l’ho capito solo dopo. Combatteva contro il fascismo e i suoi eroi sono sempre gli oppressi. Non esiste l’eroe. L’eroe è il cattivo e lo dice anche Tarantino nel film. Aveva uno humor incredibile, era un genio del cinema popolare. Aveva un sacco di idee ma i produttori non le accettavano, doveva sempre combattere per fare dei lavori un po’ originali. Anche sul set era molto simpatico. “Quanti ne uccidiamo oggi? Trenta o cinquanta?”. Si divertiva un sacco. Anche per Tarantino è così. Gli oppressi sono i neri. Forse The Hateful Eight è un remake de Il grande silenzio. Questo documentario è importante proprio per Quentin, lui è uno studioso di Corbucci, e anche mio. Quando l’ho conosciuto sapeva ogni cosa dei miei film, perché lavorava in un negozio di video e imparava le battute e la musica a memoria. Durante le riprese di Django Unchained gli dissi il titolo de I diafanoidi vengono da Marte, per vedere se lo conosceva. Lo conosceva: “Antonio Margheriti! Anthony Dawson!”. Mi sono arreso”.

“Non è che manchino oggi studi sul cinema di genere – dice Della Casa – ma lo collocano in un momento lontano, in una teca, mentre Tarantino ha uno sguardo che gli dà valenza ancora oggi. Tarantino non mette questo cinema in una teca. Le musiche di Andrea Guerra sono nello spirito di quel cinema ma sono realizzate oggi. E così abbiamo fatto per raccontare quella parte su Di Caprio a Roma. Oggi lavoro su Argento, meriterebbe Oscar e Leoni alla carriera. Tra l’altro ha scritto C’era una volta il west con Bertolucci. Forse la critica italiana non lo ha ancora valutato abbastanza”. “Se si vogliono raccontare gli anni ’60 – commentano Della Casa, Rea ed Ercole – non si può prescindere dall’Istituto Luce. Potevamo trovare anche tanto altro materiale e qualcuno sarà incluso nelle versioni successive, perché non c’era il tempo di implementarlo per Venezia, ma l’archivio si rivela sempre una grande miniera”.

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