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VENEZIA – “Cinema e Architettura” è uno dei temi cardine del numero 58 della rivista 8 ½ Numeri, Visioni e Prospettive del Cinema Italiano, che da poco edita ha così offerto lo spunto tematico per un dibattito a soggetto, moderato dal direttore editoriale, Gianni Canova, ospiti la regista Elisa Fuksas e il professor Carmelo Marabello, docente dello IUAV di Venezia. 

Canova apre l’incontro, “un appuntamento quasi rituale” lo definisce, dapprima guardandosi intorno per celebrare espressamente lo spazio che ospita il momento, l’Italian Pavilion della 78ma Mostra del Cinema di Venezia, ispirato a La strada Novissima di Paolo Portoghesi, quasi un omaggio, 41 anni dopo, a quella storia Biennale Architettura.  

“Sono tantissimi i registi italiani laureati in Architettura, perché un film, quanto un artefatto architettonico, hanno bisogno di un progetto, un sostegno economico e sono delle pratiche collettive, con la necessità di una squadra che funzioni. L'architettura produce artefatti statici in cui ti muovi dinamicamente, il cinema produce artefatti dinamici in cui sei costretto alla staticità propria della sala”, afferma il direttore.

E, tra i registi laureati in Architettura, anche Elisa Fuksas, al Lido per presentare Senza fine, il suo film con protagonista Ornella Vanoni: “Senza fine crea uno spazio: ho inventato uno spazio nelle Terme di Castrocaro, in un hotel Anni '40, in cui Ornella era andata a riposare e dove mi aveva invitata a passare alcuni giorni con lei. Ho sentito sarebbe potuto succedere qualcosa e che quello fosse un posto per la sua storia: io non volevo portarla nei luoghi della sua vita, perché fosse uno sguardo prospettico, architettonico, e non un requiem. Ho scelto di raccontare sempre e solo un piano, un angolo, non c'è mai il controcampo: un mondo bidimensionale perché totalmente inventato, in cui il centro è lei”, spiega l’autrice. 

Carmelo Marabello, Ordinario di Cinema in una facoltà di Architettura, continua dicendo: “La prima riflessione è pensare all'idea di invenzione dello spazio, attraverso gli sguardi. Michelangelo Frammartino, in Concorso con Il buco, è laureato in Architettura, e il suo è un film in cui il concetto - oltre a luce e buio - torna. È curioso che storicamente moltissimi architetti siano approdati al cinema, o fotografi di architettura, come Comencini o Lattuada, per approdare poi ad un altro artefatto che non si produce fisicamente”.

“Pensiamo ingenuamente che il rapporto si esaurisca con la messa in scena dell'Architettura: ma c'è il cinema che si autoforma architettonicamente; in America Latina dei fratelli D’Innocenzo, in Concorso alla Mostra, la forma stessa diventa architettura visiva”, continua Canova.  

“Per me è una questione di misura. La misura è un concetto che transita tra le Arti e le necessità dell'Uomo, è un numero che a volte diventa parola, a volte forma, a volte un film”, aggiunge Elisa Fuksas.  

“Quanto i luoghi diventano iconici di per sé e quanto vengono attivati attraverso i film? Le architetture, oggetto statico e storico, possono oscillare in uno spazio-tempo nuovo, originale, quasi isolarsi. Questa è la grande forza del cinema. Per esempio, Antonioni ha una sensibilità spaziale, come c'è una sensibilità architettonica che teorizza il Neorealismo in Architettura, uno strano tentativo di tornare ad un'Architettura non modernista. E poi c'era Fellini che diceva: ‘io vorrei vivere a Cinecittà, l'unico luogo che permette di costruire tutte le città che desidero’. E, a proposito di Cinecittà, de La strada Novissima mi aveva sempre colpito il sistema delle quinte, e guardando gli archivi, la cosa che conferma il ragionamento è che fu costruita proprio negli Studi romani, pensata quindi come effetto speciale”, conclude Marabello.  

L’incontro si può guardare online su www.italianpavilion.it 

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