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Al Festival dei Popoli c’è il documentario italo-colombiano los Zuluagas di Flavia Montini, progetto finalista al “Premio Solinas. Documentario per il cinema” 2018, Best pitch - Italian Doc Screenings 2019 e poi selezionato a Docs Barcelona, Bogotà Audiovisual Market e Bio to B – Biografilm Festival, prodotto da FilmAffair in collaborazione con Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico con Rai Cinema in coproduzione con Inercia Películas in associazione con Luce Cinecittà, Intramovies con il patrocinio di Amnesty International.

Nel tentativo di comprendere le scelte radicali dei suoi genitori, un figlio della guerriglia ritorna in Colombia dopo 25 anni di esilio e si immerge nell’archivio di famiglia. Straordinari film amatoriali e scritti privati rivelano conflitti mai sopiti e memorie dolorose. Quelle di un padre, comandante rivoluzionario, che ha sacrificato tutto in nome della lotta politica, ma che ha visto il suo sogno di giustizia svanire. Quelle di un figlio, cresciuto all'ombra di un uomo carismatico ma ingombrante, incapace di accogliere i bisogni di un bambino. Quelle di una madre. Un fantasma che agita i sonni di Camilo da quando aveva 5 anni.  Ha inizio uno straordinario dialogo impossibile, a lungo desiderato ma mai avvenuto.  

“Quando ho conosciuto Camilo – dice la regista - sono stata immediatamente colpita dalla sua urgenza di raccontare la propria storia, di essere ascoltato. Non si trattava di un racconto già pronto, ma al contrario, ad ogni nostro incontro, Camilo sceglieva parole diverse per descrivere lo stesso episodio, lo arricchiva di nuovi particolari e sfumature, taciuti la volta precedente. Quegli incontri erano diventati il luogo dove ricordi lontani, confusi e frammentati, trovavano uno spazio protetto per emergere, dove ferite tenute nascoste per una vita potevano essere riaperte. Sulla base della fiducia reciproca Camilo ha deciso di affidarmi la sua storia e di consegnarmi l'intero archivio familiare: i suoi diari, l'autobiografia del padre, il ritratto della madre, fotografie e ritagli di giornale… ma soprattutto decine e decine di video in cui, sorprendentemente, immagini di vita privata si alternavano a scene di militanza politica e guerriglia in Colombia, eredità di un padre, comandante di un esercito rivoluzionario e cineasta amatoriale. Immergersi nell'archivio è stata un'esperienza intima, un viaggio che ho compiuto con cura, delicatezza ed empatia. Avvertivo una responsabilità enorme. Attraverso quei materiali ho avuto accesso allo spazio più privato di una famiglia: ho visto i bambini crescere e ho cercato di cogliere nei loro sguardi e movimenti le tracce di una madre scomparsa; ho provato a mettermi nei panni di un padre, schiacciato dal peso delle proprie scelte e impegnato nello sforzo per tenere tutti uniti. Le immagini di militanza sono state invece un accesso inedito e privilegiato al mondo della guerriglia, che mi offrivano uno sguardo capace di andare al di là della retorica della rivoluzione. Chi aveva girato quelle immagini, aveva osservando il mondo circostante con naturalezza e complicità, rivelando gli aspetti più quotidiani e ordinari della vita dei guerriglieri, spesso ragazzi e ragazze poco più che adolescenti, restituendo uno sguardo affettuoso, a tratti gioioso e ironico su quella realtà”.

“Quando ho conosciuto Flavia – dice invece il protagonista Camilo – mi trovavo in un momento della vita in cui stavo girando a vuoto, nel tentativo di riconciliarmi con la storia della mia famiglia e con i miei genitori. Il lavoro per il film è stato l’occasione per guardarmi con altri occhi, da fuori, per mettere mano alla mia storia, trovare le parole per raccontarla a me stesso, ai miei figli. Per ricordare, rivivere e ritrovare molto del passato. Mi sentivo in un vortice in cui la nuova consapevolezza sul passato cambiava le domande presenti e indirizzava i passi futuri. Le conversazioni con Flavia erano un continuo viaggio avanti e indietro nel tempo, in cui a fare da guida non era la linea temporale ma i sentimenti. Ad ogni incontro la distanza tra noi si accorciava e la trama si arricchiva di dettagli e domande che prima non avevo osato indagare. È stata una ricerca vitale, una costruzione di significati, tra racconti di morte, assenze, dolore, incertezze, discese e risalite. Ho immerso le mani nella profondità di ricordi e di emozioni dimenticate, in cui sono andato oltre le paure, le difese. Ho capito che per riappropriarmi di tutta la mia storia, non ci sarebbe stata altra via se non affondare con amore il coltello nelle ferite, riaprirle per ripulirle. Essere pronto a portare pubblicamente e con orgoglio le cicatrici del passato. Per avere il coraggio di accogliere ciò che emergerà dalla ricerca del corpo di mia madre, nel tentativo di giungere ad una verità ufficiale non parziale, non menzognera - una verità che possa dare sollievo e si avvicini a un senso di giustizia”.

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